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Il risveglio

Risvegliarsi diversi: quante volte capita? Ci possiamo svegliare con una luce nuova, come fiori sbocciati sotto i raggi di un sole che si chiama una notte infuocata con la persona che ti rendi conto di amare, dopo una prima volta che sblocca le nostre paure, in seguito ad un risultato ottenuto che ci ha condotti a un salto di carriera; come figli che guardano il mondo, nuove mogli o mamme che intraprendono un avventura. Ma ci possiamo anche svegliare dalla morte, catapultati nuovamente nel mondo da un divino che non ci vuole, in un letto d’ospedale, con un altro volto. Un volto che guardandosi allo specchio ha paura dell’immagine che troverà, perché quest’immagine non ha niente di luminoso ed è irriconoscibile rispetto a quella che era prima di quel fatidico errore. E’ un’immagine di disfatta, paurosa. Non è quella di un guerriero che dopo aver combattuto valorosamente una battaglia porta fieramente le sue cicatrici, ma quella di una persona graziata o punita da Dio che deve la sopravvivenza a terzi che l’hanno raccattata da uno stato di pericolo e le hanno dolorosamente ricordato che è presente. Risvegliandosi con quella immagine vien naturale chiedersi perché non siamo morti. La nera signora è più mite di una realtà difficile. Per la realtà difficile però ci vuole il coraggio di guardarla in faccia. Trovando questo coraggio troviamo anche un senso alla nostra esistenza. Chi ha avuto incidenti e si è risvegliato in un letto d’ospedale senza denti, col naso rotto, con una ferita sul viso, sa di cosa parlo: della paura del non tornare come si era, di dover affrontare un nuovo capitolo con una nuova apparenza, paura infondata perché la chirurgia estetica fa miracoli… ma quanto è strano pensare di avere qualcosa di necessariamente artificiale addosso. Non è masochismo, ma sono grata dei risvegli difficili e delle prove anche più del felice e inconsapevole benessere di cui sopra, perché la felicità massima è una condizione effimera mentre quella combattuta è costante ed è inattaccabile dalla paura della morte, o della decadenza fisica. Per questo affermo che la bellezza  è una condizione prima di tutto interiore, perché mentre la forza di carattere è perpetua e se c’è di base non è scalfibile, come un diamante, l’apparenza fisica è una pietra preziosa, che se messa alla prova si scalfisce, e che va comunque mantenuta e curata. La bellezza è un percorso, ed è fatta di sofferenza. E’ ammiccante e ingannatrice, è superficiale; ma al tempo stesso è profonda perché solo le persone superficiali sanno di cosa sono fatte. Conoscere il proprio corpo è una missione: sapere definire un limite a tutto ciò che può sopportare, di dolore e piacere, e spingerlo il più avanti possibile è la vera sfida che abbiamo davanti. Non dobbiamo renderne conto a Dio, ma a noi stessi, infiniti fino al punto che interseca l’eterno. Nella gioia e nel dolore, la fede è imperitura e la gratitudine è molta.

There’s no point in living if you can’t feel alive.

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Domani presenterò per conto del Rotary su Tele Granducato il programma della nostra avanguardistica regione Toscana per aiutare le donne vittime di violenza, il “codice rosa”. Servono aiuti ma anche armi e coscienza. Quando ci si rialza il percorso è ancora lungo ed è fatto di una guerra con la nostra bestia interiore che ci rende accaniti con gli altri e per gli altri.

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